Imprenditori pronti al Cambiamento

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L’imprenditore oggi deve saper cambiare. E’ sempre stato così, ma il tapis roulant corre oggi più velocemente rispetto a pochi decenni fa. 

Cosa significa “cambiamento“? 
Con accezione positiva, può essere:
innovazione tecnologica e ICT
cambiamento culturale: pari opportunità, meritocrazia, attenzione allo svantaggio
allungamento della vita media
consapevolezza ambientale ed ecologica
diffusione mondiale dell’alfabetismo
ampliamento delle preferenze dei consumatori
Cambiamento in negativo può essere, invece:
crisi economica e/o finanziaria, congiunturale o strutturale

crescente difficoltà di accesso al credito

scarsità di risorse umane specializzate

incremento della concorrenza, leale e sleale, da parte di operatori di Paesi a basso costo del lavoro

instabilità politica, incapacità dei politici, disonestà e nepotismo alla base delle carriere pubbliche

iper-burocratizzazione delle procedure richieste dagli Enti pubblici

formazione di monopoli/oligopoli

improvvisa e imprevedibile crisi di mercato (ad es. quella causata dall’influenza aviaria)

frizioni e blocchi dell’attività dovuti alla lentezza della giustizia amministrativa (cause legali infinite, richieste di risarcimento, etc.)

superamento repentino delle tecnologie attualmente utilizzate ed alto costo di ricambio delle medesime

crisi del distretto produttivo o del cluster di riferimento

L’elenco positivo e quello negativo potrebbero continuare. Il problema, o meglio la questione, è l’approccio culturale al cambiamento: a prescindere da quanto questo sia gradito in prima istanza, è sempre utile considerarlo una opportunità invece che una minaccia. O perlomeno, ciascun cambiamento va analizzato e, se possibile, identificato nelle sue componenti “sane” ed in grado, se colte, di accrescere la competitività dell’impresa.
Il “Manager del Cambiamento” (MC), se è un mago, può trasformare le minacce in opportunità. Più modestamente, se è un semplice essere umano, può dare all’imprenditore un contributo trasversale rispetto ai diversi cambiamenti, con l’obiettivo di coglierne gli effetti positivi per l’impresa in termini di:
aumento della competitività

incremento della redditività

incremento della produttività

risparmi di funzionamento, energetici, ambientali, etc.

aggancio all’innovazione di prodotto, di processo od organizzativa

miglioramento delle relazioni sindacali

buona gestione delle “diversità” in azienda (disabilità, orientamento sessuale, religioso, politico, pari opportunità fra i sessi, differenze etniche, di costume, culturali) e valorizzazione delle specifiche competenze aziendali

valorizzazione di aspetti socialmente ed eticamente rilevanti (responsabilità sociale d’impresa, rispetto di valori condivisi in tutta la filiera, etc.)
valorizzazione di comportamenti eco-sostenibili (certificazione EMAS, rispetto degli animali, tutela del paesaggio, utilizzo di energie rinnovabili)



Il Manager del Cambiamento rappresenta tanto più una leva di competitività aziendale quando corrisponde ad un’unica persona, fisica o giuridica. In grado, laddove necessario, di attivare competenze specifiche per la risoluzione di problemi puntuali. Il cambiamento necessita, infatti, di una visione di insieme, di una filosofia di impresa aperta ai sommovimenti dell’economia e della società, di una prospettiva che neutralizzi la paura del rischio ed anzi valorizzi i nuovi apporti e punti di vista.
Non è così semplice come potrebbe sembrare. Per le grandi imprese, tale responsabilità meriterebbe una specifica funzione aziendale. Per le PMI, magari in aggregazione orizzontale o di filiera per fruire di economie di scala, il Manager del Cambiamento può essere un consulente esterno, il cui apporto sarà pienamente efficace solo quando tutti i singoli pezzi dell’impresa saranno pronti ed anzi propensi al cambiamento.

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