Economisti del venerdì e rifondaroli delle sorti progressive

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Stamattina la prima pagina del Sole 24 Ore riportava un dotto editoriale di Paolo Savona sull’agenda di politica economica che, secondo lui, dovrebbe essere seguita per uscire, qui in Italia, dalle secche della crisi.
Ovviamente lo studioso si poneva in…

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Economisti del venerdì e rifondaroli delle sorti progressive

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Stamattina la prima pagina del Sole 24 Ore riportava un dotto editoriale di Paolo Savona sull’agenda di politica economica che, secondo lui, dovrebbe essere seguita per uscire, qui in Italia, dalle secche della crisi.
Ovviamente lo studioso si poneva in accademica contrapposizione ai governanti, che sbagliano tutto e si ostinano a non capire quanto i lungimiranti economisti della domenica (in questo caso, del venerdì) predicano loro da anni. Lo dice la formuletta: questo va bene (ma non si fa) e questo no (ma si fa). Perché i politici non seguono la formuletta? Semplice -arguisce lo scienziato economico -, perché la sinistra è affezionata (sbagliando) all’ideologia della patrimoniale (tassare i ricchi e, aggiungo io, mangiare i bambini) e la destra, pur avendo ragione (sic) a voler abbassare le tasse, non ha le idee chiare su come realizzare le sue giuste politiche.
Il fine cattedratico, che credo insegni in Italia da decenni, pare essere vissuto in un Paese normale, in cui la destra conservatrice esiste davvero e propone legittimamente le sue ricette in genere discordanti con quelle della sinistra (in brutale sintesi, meno Stato contro più Stato).
Ma in Italia non esiste una destra europea. La cosiddetta destra italiana è solo la maschera degli interessi di Berlusconi.
E la sinistra ha dovuto fare, nei suoi sprazzi di governo negli anni 90 e 00,…la destra, promuovendo quel poco di liberalizzazioni e privatizzazioni che il nostro sfortunato Paese ha potuto vedere realizzate.
E poi, le contumelie economistiche sono sempre le medesime: tassare la ricchezza fa scappare gli imprenditori, l’Europa matrigna che guarda ai parametri e non alla crescita, e insomma dove si va a parare?
Sulla politica più comoda per chi, seduto a tempo indeterminato sulla sua cattedra, punta il dito dalle colonne del giornale dell’industria: tagliare la spesa pubblica (anche se non viene detto, è l’altra faccia della moneta se si tagliano le tasse).

E l’aumento vertiginoso delle disuguaglianze economiche e sociali?
Il fallimento delle ricette neoliberiste?
La valorizzazione del merito? Quella sì, ma sempre in casa di altri, non certo fra gli economisti che da vent’anni non ne azzeccano una.

Poi la sera torno a casa, accendo il tg3 e mi godo un servizio sul congresso di Rifondazione comunista. Mi chiedo: ma esiste ancora (rifondazione, dico)? Ogni tanto leggo di Bertinotti e della consorte Lella nei salotti romani, ma rifondazione mi era sfuggita. Paolo Ferrero parla ad una mesta platea col pugno chiuso: siamo alternativi al centrosinistra che fa macelleria sociale governando con la destra (ancora: anche lui crede che esista? La destra, dico) e non si fa rispettare in Europa.

Non è uno scherzo, l’economista del venerdì e il rifondarolo delle sorti progressive…sono due facce della stessa medaglia.

Bene comune

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Bene comune

La generazione dei trentenni pensa che non sia più tempo di cogliere l’attimo a tutti i costi e a spese delle generazioni future.
Valorizzazione del merito, attenzione a chi è rimasto indietro, apertura agli immigrati ed alle loro culture, partecipazione politica, condivisione delle politiche pubbliche, tutela dei beni collettivi.
Per in nostri figli.

La politica dei piccoli leader non guarda al futuro

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Sono da una ventina d’anni appassionato di politica italiana, nonostante tutto.

Confesso, tuttavia, che da qualche tempo ho smesso di leggere sui quotidiani i retroscena del Transatlantico, sempre più conformisti, ed anzi da alcuni mesi fatico a ritrovare la gioiosa evasione mattutina dell’acquisto dei giornali.

Sarà l’effetto delle larghe intese.

L’unico partito con una parvenza di democrazia interna, il PD, è alla ricerca del salvatore. Non della ricetta in grado di salvare l’Italia.

Nei talk show i politicanti delle diverse correnti recitano la solita, frusta scenetta in cui, tra ammiccamenti e sorrisini con la conduttrice di turno, parlano solo di loro stessi o del loro capobastone lasciando fuori dalla porta qualsiasi idea di società per i loro figli e nipoti.

Avanzo un dubbio: con le primarie e le votazioni nei circoli il popolo del PD sta veramente dibattendo di Politica con la p maiuscola ?
O solo, ancora una volta in questo sfortunato ventennio, di persone, nomi, aggettivi (renziano? civatiano? ecc.) che nulla hanno a che fare con la competizione fra le idee e i progetti per la collettività?

Non mi si fraintenda, le primarie sono una conquista per i poveri elettori di centrosinistra che tanto hanno sofferto nel ventennio berlusconiano.
Ma credo che a scontrarsi debbano essere i diversi approcci, le diverse sensibilità che animano la società di fronte a problemi ed opportunità: i nuovi italiani, la disoccupazione, la meritocrazia (o meglio la sua assenza) e il familismo amorale (ovvero la sua pervasività), il (mancato) ricambio generazionale, il (sempre più incerto) superamento della crisi economica.

Invece si scontrano, alfine, solo dei piccoli leader, sia a livello locale che nazionale, con facce tanto “nuove” quanto “vecchie” sono quelle dei capibastone e dei responsabili delle sconfitte degli ultimi quattro lustri che, furbescamente, con discrezione si accomodano sul carro del supposto vincitore.

Perché ci riescono, questi dirigenti pluritrombati? Per l’annacquamento di valori, di idee e di progetti che consente loro di infilarsi, e infine di imporre pesanti condizionamenti, all’interno di qualsiasi fazione.

Perché tutto rimanga immobile.

Parlo del PD, il partito più democratico che abbiamo.
Ma che vede scontrarsi coalizioni di dirigenti più che visioni dell’Italia.

Può il rottamatore proporre nel suo pacchetto di sponsor i Franceschini, i Fassino, i Veltroni?
E l’alfiere della “sinistra che difende i deboli” Cuperlo può accompagnarsi ai correi del ventennio berlusconiano come D’Alema?

Sì, possono quando mancano le idee e nessuno pensa al futuro.
Non bastano le persone, neppure quelle nuove e giovani. Ci vogliono le idee.